Il linguaggio al servizio delle persone

Ottobre 25, 2021 | di Aurelia Vittoria Branconi

Il linguaggio al servizio delle persone

Il tema del linguaggio inclusivo è negli ultimi tempi un dibattito molto acceso.

Sembrerebbe un argomento recente ma in realtà nel 1987 la rinomata linguista Alma Sabatini, scrisse un manuale intitolato “il sessismo nella lingua italiana”, commissionato dal Parlamento italiano.

All’interno del manuale, un capitolo si intitolava “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana” e la sua stesura venne richiesta a seguito di un’accurata indagine sulla terminologia usata nei libri di testo e dai mass media.

Il manuale si proponeva di “dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico a termini riferiti al sesso femminile”. 

Il programma suggeriva anche una riforma della lingua italiana, per la quale, per fare qualche esempio, non sarebbe consigliabile dire o scrivere:

  • «diritti dell’uomo» ma preferibilmente «diritti della persona»;
  • «uomo primitivo» ma «popolazioni primitive»;
  • «corpo dell’uomo» ma «corpo umano»;
  • «uomini di strada» ma «gente comune».

Alma Sabatini sosteneva che “l’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione del pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta”. 

Le parole non sono sbagliate di per sé, è l’uso che se ne fa a dare forma ad un pensiero.

Perchè la lingua italiana viene definita sessista?

La nostra lingua, a differenza ad esempio dell’inglese, è una lingua flessiva e non isolante: vede quindi declinati per genere maschile e femminile, oltre ai pronomi, anche gli articoli e i sostantivi.

L’italiano non possiede il genere “neutro”, cosa che invece ad esempio possiede il tedesco, per questo viene adottato il “maschile generico” utilizzato quando all’interno di una frase l’interlocutore si rivolge a tutti i generi, con, ad esempio “Cari colleghi”. 

Nessuna lingua è maschilista o femminista per se stessa, ma può esserlo l’uso che se ne fa.

Una buona parte di termini che utilizziamo al maschile ha un’origine storica e culturale. 

I termini che identificano alcune professioni, ad esempio, sono stati al centro di interminabili dibattiti.

“Il ministro” e “la ministra”, “l’ingegnere” e “l’ingegnera”, “il magistrato” e “la magistrata”.

In questo caso, le donne hanno iniziato a ricoprire ruoli e professioni che prima erano esclusivamente riservate agli uomini, per cui la lingua si è adeguata ad un’evoluzione culturale.

Molte persone “arricciano il naso” quando sentono pronunciare la parola “ministra”, la trovano una “forzatura”, una declinazione “non necessaria”, una parola che “non è italiana”.

Si scatenano battaglie per la difesa della lingua come fosse un territorio invaso.

In realtà, sono circa 300 le parole che entrano nel vocabolario italiano ogni anno.

Parole che arrivano dall’attualità, coniate dai giovani, usate dalla politica, nella cucina o dai detti popolari.

Senza dimenticare, negli ultimi anni, la forte incidenza della rete e dei social.

Per fare un breve esempio, di seguito le parole che fino a qualche anno fa non esistevano ma che sono entrate nel dizionario italiano:

  • Nel 1994: Tangentopoli, Intifada, Minimum tax, Buonismo, Consociativismo, Mafiosità, Perdonismo, Stragismo, Lumbard. Ma anche Karaoke, Zapping, Airbag e Realtà virtuale.
  • Nel 2000:  Dvd, Bullismo, Rottamazione, Viagra, Unione di fatto, Fecondazione assistita
  • Nel 2020: Circo mediatico, Economia circolare, Internet delle cose, Povertà assoluta, Hard skill

Allo stesso tempo,  ad alcuni termini vengono associati significati diversi a seconda della declinazione al maschile o al femminile.

Un monologo interessante in tal senso è quello scritto da Stefano Bartezzaghi, giornalista e semiologo, ed interpretato da Paola Cortellesi per i David di Donatello del 2008: “Sono solo parole”. 

Il monologo sottolinea come l’universo linguistico sia organizzato attorno all’uomo e continua a stereotipare e ridurre il ruolo delle donne.

Proprio quest’anno un passo positivo è stato però compiuto, l’enciclopedia italiana Treccani ha infatti rimosso sinonimi dispregiativi associati al termine “donna”.

Non troveremo quindi più parole come:

  • zoccola;
  • cagna;
  • bagascia;
  • serva;
  • lucciola;
  • passeggiatrice;
  • cortigiana;
  • donnina allegra;

Come esprimere la parità di genere da un punto di vista linguistico?

Negli ultimi anni ci sono state diverse proposte linguistiche rivolte a coloro che non si sentono rappresentati dall’opposizione grammaticale fra maschile e femminile. 

Attualmente non sono “regole”, bensì suggerimenti atti a rendere il linguaggio inclusivo, poiché una soluzione definitiva e convincente non è ancora stata trovata. 

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Cosa significa linguaggo inclusivo

Il dizionario Oxford Languages definisce l’inclusività come “la tendenza a estendere a quanti più soggetti possibili il godimento di un diritto o la partecipazione a un sistema o a un’attività”.

Il linguaggio inclusivo ha come obiettivo quello di far sentire parte di un sistema collettivo quanti più soggetti possibili.

Nel 2016 Alex Kapitan, fondatore di Radical Copyeditor e co-fondatore del Transforming Hearts Collective, ha analizzato lo spettro di sfaccettature che utilizziamo nel linguaggio quotidiano, identificandone 5.

    • Linguaggio violento: comunica odio, intolleranza, disgusto. Viene utilizzato spesso all’interno di commenti sotto post social. Un esempio è: “Tornassero a casa loro”.
    • Linguaggio cifrato: comunica pregiudizio ma in modo più velato rispetto ad un linguaggio violento. Sostiene uno status quo oppressivo. Un esempio di questa tipologia di linguaggio è: “Non vorrai andare in giro vestita così?!”.
    • Linguaggio indiscusso: il più delle volte è “a fin di bene” e accettabile, ma può nascondere significati impregnati di privilegio e valori tradizionali o vecchie norme sociali che identificano cosa è normale e cosa no. Un esempio è: “le calze color carne”. Il color carne è stato identificato dall’industria calzaturiera con un beige chiaro. Ma per le persone con la pelle più scura, che colore è il color carne?
    • Linguaggio minimizzatore: si fonda su buone intenzioni, su parole positive e sulla diversità umana. Eppure può evidenziare, in chi lo usa, l’incapacità di mettere in discussione i valori e gli standard che sostengono l’oppressione di determinati gruppi di persone. Un esempio è: “anche io ho un amico gay”.
    • Linguaggio liberatorio: non si ferma alle parole, ma afferma attivamente la piena diversità dell’esperienza umana. Comunica empatia e non violenza.

Per linguaggio inclusivo si intende quindi un linguaggio privo di pregiudizi, norme sociali, tradizioni, odio, intolleranza, buone intenzioni e status quo.

Il linguaggio inclusivo non tiene solo conto del genere, ma include razza, disabilità, età, religione.

Il Consiglio d’Europa ha concentrato la sua attenzione sui discorsi e le parole dell’odio e nel 2015.

La sua assemblea parlamentare ha sollecitato i parlamenti nazionali ad avviare iniziative di inchiesta e contenimento su hate speech e hate words.

L’uso di termini odiosi e dispregiativi contro la razza, le religioni, l’orientamento sessuale, il genere o la disabilità vengono censite e classificate.

Parole come “negro”, “frocio” “giudeo” “puttana” “ritardato” sono entrate a far parte di un genere chiamato “Hate words” che racchiude quei termini che vengono utilizzati solo al fine di ferire e provocare dolore.

Sebbene ci sia consapevolezza dell’uso offensivo di questi termini, molte parole rimangono ancora nell’uso comune.

Questo sito dà una panoramica piuttosto approfondita dei termini che utilizziamo oggi per descrivere situazioni e definire persone.

Parlare e scrivere in modo inclusivo richiede uno sforzo, che porta come risultato quello di includere quante più persone possibili nel discorso, senza discriminazioni abiliste, razziali o generazionali.

Quali sono le soluzioni attualmente trovate 

>Asterisco di genere* 

Per ovviare ad un uso esclusivo del genere maschile e femminile ed includere tutti i generi non vuinari, una prima soluzione che è stata applicata è quella dell’asterisco egualitario.

L’asterisco egualitario viene utilizzato al termine di sostantivi e aggettivi che possono essere declinati solo al maschile e femminile.

Ad esempio “Cari tutti” o “Care tutte” diventa “Car* tutt*.

Un’altra situazione nella quale l’asterisco può risultare utile è quella in cui non si conosce ancora il genere della persona che ricoprirà un determinato ruolo, per cui in un’offerta di lavoro si scriverà “Al Canditat* .

L’asterisco di genere include tutti i generi.

Sebbene questa soluzione possa risultare utile nei contesti descritti, presenta dei limiti.

Eccone alcuni:

Il primo è la sua trasposizione nel linguaggio parlato.

Mentre leggendo risulta chiaro che l’asterisco è usato per includere qualsiasi genere, nel parlato come si pronuncia?

Al momento non è stata trovata una soluzione, se non quella di troncare la parola senza pronunciare la vocale finale.

Il rischio è la perdita del filo del discorso in un contesto in cui l’uso del genere si ripropone più volte.

Il secondo limite è relativo all’uso che nel tempo se ne è fatto per censurare parole poco raccomandabili.

L’asterisco, infatti, è stato spesso utilizzato come escamotage nella scrittura di parole “poco educate”. Ad esempio “Ca**o”.

Se decidiamo di utilizzare l’asterisco come simbolo di inclusività non può essere utilizzato allo stesso tempo come simbolo di censura.

Il terzo limite è nel suo utilizzo all’interno di testi più lunghi.

Inserendo parecchi asterischi all’interno di un testo di lunghezza considerevole, la lettura diventerebbe più faticosa e per questo il testo in generale risulterebbe di difficile comprensione.

Inoltre, non sostituisce gli articoli ma solo aggettivi e sostantivi.

Il quarto limite è che attualmente questo simbolo non è leggibile dai programmi di ausilio per persone ipovedenti.

L’uso dell’asterisco di genere può essere utilizzato nel caso in cui l’interlocutore si sta rivolgendo ad un gruppo di persone che hanno un genere misto, in un testo scritto e di poche righe.

Ad esempio nelle Job Offer, nei post social, nelle e-mail.

    • Vuoi aggiungere un balcone alla tua casa: è più costoso fare le modifiche ad un progetto di un edificio, quando ancora non è stata posata la prima pietra, o è più costoso farlo quando l’edificio è pronto e tu già vivi al suo interno?
    • Vuoi cambiare il colore della tua nuova auto: è più costoso ordinarla direttamente del colore che vuoi (quindi deciderlo prima che venga prodotta), o è più costoso riverniciarla a posteriori dopo averla ricevuta?
> Schwa ə

Una proposta alternativa all’asterisco è questo simbolo: “ə”, chiamato schwa.

Si tratta di una “e” capovolta poco familiare nelle lingue europee, ma utilizzata da decenni dai linguisti internazionali.

Lo schwa ha lo stesso significato dell’asterisco di genere, quindi un simbolo inclusivo di tutti i generi che sostituisce l’ultima vocale negli aggettivi e sostantivi.

In questo caso, invece di “Cari tutti” o “Care tutte” o “Car* tutt*”, scriveremo “Carə tuttə”.

A differenza dell’asterisco, lo schwa si trova nell’alfabeto fonetico internazionale, cioè il sistema riconosciuto per definire la corretta pronuncia delle migliaia di lingue scritte che esistono nel mondo.

Nel sistema fonetico lo schwa identifica una vocale intermedia, il cui suono si pone esattamente a metà strada fra le vocali esistenti.

Si pronuncia tenendo rilassate tutte le componenti della bocca, senza deformarla in alcun modo e aprendola leggermente.

Da questo link potrete ascoltare il suono di questo simbolo.

Il suono di questo simbolo è frequentemente presente nella lingua inglese moderna – dalla “a” di about, fino alla “u” di survive, – ma anche in alcuni dialetti italiani del Centro Sud in cui ad esempio “sempre” diventa semprə, “bello” bellə, e così via.

Come si utilizza:

Lo schwa “ə” diventa una vocale vera e propria che sostituisce le desinenze di nomi e aggettivi al singolare (-a/-o).

Lo schwa lungo “3”, invece, è la vocale centrale semiaperta non arrotondata che può sostituire la desinenza al plurale.

Di seguito un piccolo schema che guida nell’utilizzo dello “ə”.

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>X, @, U

Altre lettere e simboli sono stati proposti come alternativa all’* e alla ə.

La lettera “X” ha incontrato voti favorevoli per il suo uso già neutro in alcune parole inglesi, ma nella lingua italiana riscontra diverse difficoltà tra cui la necessità dell’uso della lettera “i” in alcune parole che risulterebbero impronunciabili senza.

L’inserimento della “i” prima della “X” renderebbe maschile la declinazione della parola.

La “@” viene usata soprattutto in Spagna per includere sia il genere maschile che femminile, perché il simbolo unisce la lettera “a” e la lettera “o”.

Questa soluzione però esclude i generi non binari.

Infine, la lettera “U” di cui abbiamo sentito parlare durante il concerto del primo maggio di quest’anno.

Questa soluzione, seppur non esiste nella lingua italiana, viene spesso utilizzata nei dialetti del Sud d’Italia, ma in questo caso indica il genere maschile.

> La desessualizzazione delle parole

Questa è la terza proposta, quella che probabilmente ha suscitato più perplessità in quanto ritenuta una soluzione “faticosa”.

Forse per il punto su cui fa leva.

Togliere il significato piuttosto che aggiungerlo. In un certo senso vuol eliminare la segmentazione di genere.

Questa soluzione si basa sul buon uso delle parole che la lingua italiana fino ad oggi ci fornisce.

Non è una soluzione semplice, in alcuni contesti “appesantisce” le frasi e le allunga.

Si rivela complessa da usare in frasi brevi, sembra rendere distante la comunicazione invece che avvicinarla.

Se utilizzata come si propone, tuttavia, questa soluzione può essere una buona alternativa per la lingua parlata che può ricorrere al buon senso e alla costruzione di un messaggio senza comprometterne il contenuto.

Per fare questo si possono utilizzare sostantivi astratti, sostantivi collettivi, perifrasi, apposizioni, sinonimi, omissioni.

Di seguito alcuni esempi pratici:

“Buonasera a tutti”.
“Buonasera a tutte le persone presenti”.

“Gli adolescenti vivono una tappa personale complicata”.
“L’adolescenza è una tappa personale complicata”.

“Gli interessati, i politici, i professori e alunni”.
“Le persone interessate, la classe politica, la comunità scolastica”.

“Il consumatore pagherà entro fine mese”.
“Si dovrà pagare entro fine mese”.

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Cosa abbiamo deciso di fare noi di Baasbox

Il tema è stato al centro di confronti interni per settimane. Abbiamo sollevato obiezioni e dubbi, fatto proposte, studiato i simboli e alternative.

Scegliere la nostra strada non è stato semplice.

Ma ci siamo sentiti in dovere di farlo.

Progettiamo ogni giorno prodotti digitali che hanno un impatto positivo nella vita delle persone, per farlo, abbiamo scelto di utilizzare un linguaggio inclusivo che porti un miglioramento sociale, che sia uno strumento potente, che contribuisca ad un cambiamento concreto.

Ci impegnamo ad utilizzare un linguaggio, parlato e scritto, che tenga sempre conto delle diversità di ogni persona senza che questo sia per noi un limite ma un’opportunità.

Abbiamo scelto di non attribuire un genere alle parole, di usare alternative, sinonimi, omissioni.

Abbiamo scelto, in casi strettamente necessari, di usare lo “ə” nei testi scritti ove non ci siano alternative possibili date dalla lingua italiana.

Per noi, non esistono generi perché esistono tutti i generi.

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👉🏻  Recupera, cliccando qui la quarta puntata di Space in a Box, il podcast di Baasbox, in cui in meno di 30′ abbiamo parlato di linguaggio inclusivo.

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